Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

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Articolo 4: riflessione sulla condizione di schiavitù

Nella società odierna il concetto di schiavitù siamo soliti ricondurlo a un antico orrore del passato. Il lavoro, la libertà e la dignità personale, dopo secoli di ingiustizie sociali e di oppressioni, sono finalmente diventati diritti inviolabili, riconosciuti unanimemente a tutti gli esseri umani. Dalla Dichiarazione dei diritti umani, avvenuta nel dicembre del 1948, sono trascorsi settantasette anni e la società, da allora, è mutata profondamente.

In un mondo fortemente capitalista, che ha posto il suo centro sul fatturato, il lavoro ricopre più che mai un ruolo fondamentale. Tuttavia, questa società tanto evoluta sembra essere giunta sul punto del collasso: guerre, genocidi, ingiustizie sociali ed economiche sono solo alcune delle ombre che oscurano un presente tanto perfetto quanto illusorio.

Negli ultimi trent’anni, in Italia, non vi è stato alcun incremento dei salari, a discapito di un mercato sempre più caro. La gente è sempre più povera e i costi sempre più proibitivi: il potere d’acquisto ha imboccato una traiettoria vertiginosa verso il declino. Ma se la Storia è riuscita davvero a insegnarci qualcosa, è facile intuire come, in tempi di crisi, quando è la necessità di sopravvivenza a insorgere nelle genti, l’etica e il rispetto dei propri diritti siano i primi valori a cedere il passo.

Turni di lavoro massacranti e spesso mal retribuiti; famiglie allo sbando, costrette a relegare i figli unicamente alle cure e all’educazione degli istituti scolastici, poiché i genitori, alienati dal lavoro, non possono più permettersi di adempiere ai loro doveri di madri e padri.

Il lavoro, che soltanto dopo secoli di ottenebrazioni abbiamo finalmente eretto a diritto inviolabile dell’uomo, sembra ora assumere le fattezze di una prigione. Non è più indipendenza e libertà, ma il bastone a cui è appesa la carota: il sacrificio che siamo disposti a compiere pur di rincorrere la vita.

E quando il lavoro permea la quotidianità fino a soffocarla, possiamo ancora appellarci al sacro diritto della libertà?

Quante genitori hanno come unico ricordo dei figli il loro riposo innocente: quel sonno iniziato nelle prime ore della notte e che sapranno interrompersi soltanto con i primi raggi dell’alba?

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