Nell’immaginario collettivo, il diario segreto è ancora un oggetto di teneri ricordi del proprio passato: uno strumento di libera espressione di sé già a partire dalla forma, a volte piccolo, quasi tascabile, a volte più ingombrante, dal colore o dall’ordine, alcuni ricoperti di adesivi e fotografie, altri più semplici e minimalisti.
Ne riflettevo una sera di pochi giorni fa, seduta sul treno di ritorno dopo un’estenuante giornata di studio, coperta fino al collo dal cappotto e le cuffiette impiantate come chiodi nelle orecchie. Intanto mi guardavo intorno, osservando i passeggeri al mio fianco: tutti con il capo chino sullo schermo del proprio cellulare. Vi era chi scrollava distrattamente qualche real su Instagram o Tik Tok, chi scriveva un messaggio, forse a una persona cara o al datore di lavoro, o chi magari stava solo rileggendo la lista della spesa segnata sulle note del telefono o trascriveva un appunto: di quelli immediati e istintivi che sopraggiungono all’improvviso.
Dacché ho memoria, io ho sempre posseduto un diario segreto. Ricordo ancora quella diario con la copertina viola e l’aletta alla quale era intagliato un quadrifoglio lilla che fungeva da chiusura a calamita. Me lo regalò mia madre sul finire dell’estate, quando ormai eravamo tornati dalla nostra vacanza in Inghilterra.
«Pian piano che imparerai a leggere e a scrivere» mi disse «qui potrai raccontare tutto quello che ti piace.»
I primi tempi ricordo che fu proprio lei ad incoraggiarmi: mi aiutava ad esprimermi e accompagnava la mia mano sui foglio per mostrarmi la corretta forma delle lettere. Presto, però, imparai a scrivere da sola e l’atto di annotare sul diario gli eventi significativi delle mie giornate divenne, progressivamente, un’abitudine irrinunciabile.
Tuttavia – e un po’ mi duole doverlo ammettere – il diario segreto è uno strumento d’espressione considerato dai più ormai obsoleto e “fuori moda”.
Il diario con le pagine di carta è morto per lasciare spazio a nuove forme di espressione individuale di emergere: i blog, nati bei primi anni di Internet, fino ad oggi con i più attuali profili social media. In un mondo in perpetuo cambiamento, segnato dall’entusiasmo (a volte cieco) per il progresso, il diario ha perso quel suo ruolo di intimità e, per certi aspetti, quel romanticismo che ha ricoperto in passato. Il diario ha perduto il suo fascino poiché la società, ammaliata dal nuovo, è cambiata. Viviamo in un mondo di rumori, notifiche improvvise e grafiche sempre più nitide e all’avanguardia. Per l’intimità, l’introspezione e la riflessione non c’è più spazio. La frenesia del progresso ci ha accecati e tutto ciò che sembra da vero avere importanza è apparire: mostrarsi ed esibirsi a folle sempre più vaste. La scoperta e l’affermazione di sé, oggi, sono sacrificate e sudate in pasto alle grandi masse che con un commento immediato o, ancora più frequentemente, con una semplice interazione, hanno il potere di tracciare i nostri confini e, dunque, di definirci, ingabbiando la nostra identità a uno stereotipo.
Io non sono più io, le mie idee, i miei ideali o le mie esperienze, ma un prodotto da usufruire e da vendere: un contenuto da postare.
La scrittura è un processo lento: per sua stessa natura ci impone di arrestare la frenesia della nostra quotidianità per dare un ordine al caos che alberga dentro di noi.
Così come i luoghi che abitiamo necessitano di ordine, così la nostra mente. Scegliere coscientemente di ritagliarsi degli spazi di analisi e introspezione rappresenta un atto di pulizia e di ordine, nel quale il nostro io interiore deve fare i conti con i propri abissi e le proprie contraddizioni.
La scrittura è un’arma capace di spogliarci di tutto: del giudizio e delle aspettative della società. Screditarla o, peggio ancora, credere di poterla cancellare significherebbe compiere un grave crimine contro la naturale e preziosa diversità dell’animo umano. In una società che ci ha convinti di doverci necessariamente adeguare a un canone estetico e comportamentale per poter sopravvivere, la scrittura rappresenta, più che mai, un simbolo di ribellione in cui si cela l’atto d’amore più profondo che si possa rivendicare: la salvaguardia e l’accettazione della propria individualità, in funzione di sé e per i posteri.


