Il cibo è ciò che ci tiene in vita. Così come le fiamme divampano quando nuova legna viene gettata nel camino, così il cibo, prima masticato dai denti poi lasciato passare giù dall’esofago fino a raggiungere lo stomaco. Ciò di cui ci cibiamo, prima che abbia un significativo effetto sul nostro organismo, cambia forma, colore, consistenza, mutando di continuo in questo affascinante processo, a tratti perfino misterioso, che è la digestione.
Ma l’atto stesso del cibarsi che, intuitivamente, sembrerebbe essere semplicissimo, è sempre stato messo in discussione.
Il cibo (tranne, forse, ai tempi dei primitivi) non è mai stato solo e soltanto cibo. Cibo è sopravvivenza, ma è anche gusto, consistenza, convivialità, status, bellezza, altro. E proprio a proposito di bellezza, il cibo è diventato, oggi più che mai, fattore di stress,
insoddisfazione e terrore, fino alla più cieca follia.
«Che esagerata!» Mi direte, ma ne siete davvero così sicuri?
l concetto di bellezza che permea la nostra società fin dalle sue più remote origini, non è sempre stato identico a come lo osserviamo oggi nelle sue forme mainstream, tramite i social media, i programmi televisivi o il cinema, ma si è sempre periodicamente modificato e adattato alla società, man mano che essa progrediva nei più disparati campi delle scienze, delle arti e della filosofia.
In Antica Grecia, ad esempio, bello era tutto ciò che si conformava a precise proporzioni geometriche e matematiche, indipendentemente se l’oggetto preso a giudizio fosse una statua, l’architettura di un templio, il canto di un aedo o un corpo umano. Sbocciato il Rinascimento, dopo l’eclissi medioevale, l’Umanesimo stravolse il suo ideale di bellezza, portando artisti del calibro di Leonardo Da Vinci e Michelangelo a rappresentare il corpo umano nella sua forma più pura e idealistica. Fu, però, con la Rivoluzione francese e successivamente con le Rivoluzioni industriali che lo stereotipo di bellezza cominciò a macchiarsi di contraddizioni. La lady vittoriana del XIX secolo doveva sperimentare in abbondanza dolciumi, gelati e prelibatezze provenienti dall’altro capo del mondo al fine di poter sfoggiare il suo status sociale, ma al contempo doveva indossare corsetti strettissimi che, costringendole le costole, le modellavano il corpo e mettevano a repentaglio la sua salute.
Quando i primi venti del XX secolo soffiarono in Europa e nelle Americhe portando con sé ondate di rivoluzioni sociali e i primi schiamazzi di chi non ne poteva più di morire per una patria assassina, le persone avevano finalmente cominciato a rivendicare il loro diritto di esistere, indipendentemente dall’appartenenza più o meno aderente ai vetusti canoni estetici. La diversità, in questa sua nuova veste di orgogliosa libertà, divenne la chiave di una bellezza non più stantia e mummificata, ma sempre più eterogenea, fino a diversificarsi in gruppi e sottogruppi.



Oggi, con un uso in continuo aumento delle nuove piattaforme digitali, si è portati a credere di star finalmente vivendo in una società democratica e fluida, che ha come unico concetto di bellezza la salvaguardia della propria inimitabile unicità, ma, a conti fatti, ci siamo presto accorti di essere stati ingannati. Com’era prevedibile, non sono di certo mancati gli assalti al sistema capitalistico che oggi detiene il monopolio sul mondo. Non vi sono dubbi che il capitalismo abbia, se non causato, quantomeno incitato (volutamente o involontariamente) un’isteria collettiva che ha portato donne e uomini da un lato a beneficiare delle ricchezze prodotte, dall’altro a soffrirne, ma concentrare tutti i mali del mondo su un unico fattore, mi sembra, se non una soluzione facile, sicuramente vile. Forse anche ingenua.
Ciò nonostante, resta innegabile che in un connubio di maggiore facilità nel ricavare cibi pronti ultra processati e un continuo aumento di richieste di lavoro (e dunque ricchezze), i nostri nobili ideali di bellezza e indipendenza sono stati messi davanti a un dato sconcertante: il tasso di obesità, negli ultimi anni, ha raggiunto picchi mai registrati prima.
Inoltre, se alla paura di incombere in uno stato di obesità, si sommano anche le insicurezze radicate ancora in noi dagli anni ‘90, che hanno indotto giovani donne a sottoporsi a diete estreme convinte di trovare in una bellezza scheletrica e malsana la chiave che le avrebbe condotte a una vita di agiatezza, considerazione e felicità, ci accorgeremmo che questa stessa società che ha promesso di renderci liberi, ci ha, in realtà, illusi e condotti in un circolo vizioso in cui la bellezza possiede un duplice prestigio: la bellezza stessa e la capacità intrinseca di sapersi sacrificare al fine di
raggiungerla.

E proprio in nome di questo duplice prestigio sono nati online i tragicamente noti gruppi Pro Ana (Pro anoressia) e Pro Mia (Pro Bulimia); delle vere e proprie organizzazioni che agiscono all’ombra delle fotografie ritoccate postate sui social media in cui, tramite chat private su WhatsApp, Twitter, Facebook o Tumblr, giovani ragazzine di età compresa fra i primi anni dell’adolescenza fino ai vent’anni, monitorano con dimostrazioni testuali e fotografiche le loro diete drastiche, spesso accompagnate da attività fisica compensativa, comportamenti punitivi in caso di assunzione di cibo fuori programma e induzione al vomito.
Attenzione, però, poiché c’è da precisare un fatto: è diffusissimo lo stereotipo che vuole la donna vittima di un travagliato rapporto con il cibo ossessionata dalla magrezza, interpretata come unico sintomo di bellezza certa. Le ragioni che possono portare una persona ad avere una vera e propria paura o, talvolta addirittura una fobia che, se non trattata, può successivamente svilupparsi in un disturbo del comportamento alimentare (DCA), sono molteplici e diversificate e non è scontato abbiano uno stretto legame con la ricerca ossessiva della bellezza. Spesso le ragioni che istigano comportamenti disfunzionali con il cibo in rapporto con il proprio corpo sono innescate da molteplici fattori (biologici, psicologici e socioculturali) che solo gli specialisti del settore possono individuare, analizzare e curare. Non bisognerebbe, quindi, cedere alla tentazione dell’antica trappola delle etichette, che ci induce, il più delle volte, alla semplificazione e, dunque, alla banalizzazione di un problema complicatissimo e multifattoriale che, oggi più che mai, si è espanso a macchia d’olio in tutti i paesi, in concomitanza con l’avanzare dello sviluppo economico e sociale del paese stesso.
Adesso, però, sorge una domanda spontanea: perché oggi, nel 2026, presa consapevolezza del problema, ne siamo ancora vittime?
Gli stessi contenuti postati sui social media, in questi ultimi dieci anni, sembrano aver intrapreso una strada del tutto opposta. Improvvisamente, infatti, sono comparsi i primi profili di sensibilizzazione, ramificati ognuno su uno specifico argomento. Fra questi profili, ovviamente, non sono mancati quelli il cui argomento era il mondo della moda, l’accettazione dei corpi o i disturbi alimentari.
«Ah! Visto? Finalmente i social media si sono rivelati utili nella risoluzione dei problemi sociali!»
Genericamente potrebbe anche essere vero, ma il punto cruciale è: sì, ma come? In quale modo bisognerebbe parlare di problemi così complicati in pochi minuti di video postato su TikTok o su Instagram? Ecco, allora, che la questione si complica ulteriormente.
«Ah! Visto? Finalmente i social media si sono rivelati utili nella risoluzione dei problemi sociali!»
Genericamente potrebbe anche essere vero, ma il punto cruciale è: sì, ma come? In quale modo bisognerebbe parlare di problemi così complicati in pochi minuti di video postato su TikTok o su Instagram? Ecco, allora, che la questione si complica ulteriormente.
Alcuni studiosi l’hanno perfino paragonato (e, aggiungerei perfino, con cognizione di causa) a una nuova rivoluzione tecnologica, poiché l’avvento dei social media ha indelebilmente cambiato non soltanto il nostro modo di trascorrere le ore dilettevoli della nostra giornata, ma anche i lavori che oggi siamo più portati a fare e i mezzi di comunicazioni, dai regionali ai mondiali. Questa nuova via comunicativa ha senz’altro permesso una maggiore accessibilità alle più disparate informazioni, ma ha anche dato voce (e pubblico!) a persone inesperte che, trent’anni prima, potevano permettersi solo di esprimere le loro opinioni infondate al loro amichetto, seduti comodamente al bancone del loro bar di paesino preferito, riducendo drasticamente il loro raggio d’azione e, quindi, la probabilità di danno.
Ma adesso, se alla scarsa competenza si aggiunge anche il desiderio di ricavarne un profitto, ecco che ci troveremo la home di Instagram o di TikTok ricoperta di corsi che promettono di aiutarti a dimagrire strumentalizzando l’acaicissima pratica dello Yoga, bibitoni purificanti, diete vegane spogliate della loro componente etica promosse come ottime per una riuscita perdita di peso o, peggio ancora, diete formulate da non si sa chi con valori nutrizionali sregolati, creme miracolose contro i segni dell’età e via discorrendo.
I social media non hanno né eliminato né originato queste truffe commerciali costruite sulle
insicurezze e sulle credenze comuni, ma hanno sicuramente semplificato i tempi di comunicazione. Così è avvenuto per la messaggistica, così per le truffe. Il suo vantaggio coincide esattamente con il suo svantaggio.
Eppure, questo non è tutto. In contrapposizione, in parte forse a questo genere di truffe basate sulle insicurezze, in parte proprio alle insicurezze stesse che da sempre ci portiamo dentro, è nato, in questi ultimi anni, un movimento socioculturale rivoluzionario che è conosciuto online con il nome body positive.
Tale movimento ha dato un clamoroso schiaffo agli standard di bellezza, gridando a pieni polmoni un messaggio che molte donne, ma non solo, forse avevano bisogno di sentirsi dire almeno una volta nella vita: «Qualsiasi sia il tuo corpo, va bene»
«Rivoluzione!» Abbiamo cominciato a gridare e avevamo ragione.
Il mondo della moda era cambiato, le pubblicità erano cambiate, il cinema e, così, anche i social media. Solo la televisione non ha voluto abbandonarsi al cambiamento, diventando inevitabilmente appannaggio della popolazione più restia. I giovani hanno cominciato ad additarla di essere rimasta ai tempi del cucù e la televisione ha voltato loro le spalle con indignazione. Netta scissione, ma ha reso ognuno di noi soddisfatto; fra i rivoluzionari e i conservatori si era innalzato un muro invisibile. Bianco e nero. Buoni e cattivi. Da un lato chi aveva ragione e dall’altro chi aveva torto. Da quel momento in poi, donne dai corpi non conformi avevano cominciato a sfilare in passerella, mostrando, con orgoglio, i loro tratti distintivi: nasi aquilini, lentiggini, vitiligine locale o estesa, protesi della gamba o del braccio, corpi ricoperti di cicatrici o tatuaggi, corpi di diverse taglie, forme, misure.
Anche in questa occasione ci fu chi puntò il dito contro il sistema capitalista: d’altronde erano
piuttosto prevedibili i cospicui guadagni che le grandi aziende avrebbero potuto ottenere voltandosi a favore di questa rivoluzionaria sommossa sociale. Alcuni scelsero più o meno coscientemente di ignorarla, altri guadagnarono ulteriori pretesti per condannare il capitalismo di mancata genuinità.

Molti, forse, ricorderanno ancora lo scandalo suscitato dalla modella armena Armine Harutyunyan che, nel lontano 2019, sfilò in passerella per volere di Alessandro Michele, ex direttore creativo di Gucci. Armine, con il suoi tratti fuori dal comune, aveva generato, intorno a sé, pareri contrastanti; chivedeva in lei un cambiamento non riusciva a concepire il giudizio di chi, al contrario, considerava la modella la caduta del mondo della moda. Ma se il suo volto, in fin dei conti, era soltanto una questione di preferenze estetiche, quando in passerella cominciarono a sfilare modelle plus size le polemiche che, inevitabilmente, si generarono furono implacabili.
Fu eclatante il caso della nota modella americana Tess Holliday che, con il suo corpo decisamente fuori misura, animò l’opinione pubblica: da un lato c’era chi gridava in nome dell’inclusione, dall’altro chi la giudicava un esempio malsano da seguire.
«Perché le modelle scheletriche, invece, non sono esempi malsani da seguire, vero?»
E qui a qualcuno venne una sincope.

Da qui in poi, le due fazioni si fecero sempre più ostili l’una nei confronti dell’altra. Per certi versi era come osservare dei tifosi durante una partita di calcio; o accettavi e condividevi tutte le loro lotte o venivi immediatamente marginato e accusato di far parte dell’altra squadra. Vie mezzo quasi non ve n’erano o, quantomeno, parlavano sottovoce, preferendo rimanere all’ombra della critica pubblica. Se ne potrebbero fare centinaia di altri esempi; molte influencer, cantanti o attrici, promotrici del movimento body positive, sono state e vengono tutt’ora attaccate sui loro profili social e messe alla gogna da chi vede anche in un banalissimo video “Get ready with me” un tentativo subdolo di promozione dell’obesità e abitudini alimentari fuori ogni controllo. Alcune hanno colto la palla al balzo, decidendo di enfatizzare i loro corpi e le loro abitudini per una qualche forma di ribellione ad impatto, altre hanno cominciato a caricare video su video di risposte alle critiche, altre hanno deciso
di disattivare la sezione commenti, altre ancora sono perfino sparite.
Certo, c’è da dire che ci sono state delle personalità mediatiche che non hanno aiutato a risanare la frattura, incentivando, al contrario, la critica. Non mancarono, infatti, influencer che iniziarono una campagna per la conquista di un secondo posto aereo regalato a chi, per sedersi, ne necessitava di due, ragazze pronte a puntare il dito gridando in nome della grassofobia qualora qualcuno esprimeva un suo personale giudizio estetico (per giunta richiesto proprio da loro) o imprenditrici social con il giudizio facile che si presentavano alle interviste televisive sostenendo tesi antiscientifiche (come nel caso di una influencer americana che sosteneva convintamente la tesi secondo cui una persona in sovrappeso o, addirittura obesa, fosse, in linea generale, più in salute di una persona magra o
normopeso).
Dall’altra parte la replica non fu meno d’impatto e provocativa: sfide umilianti come la tristemente nota boiler summer cup si diffusero a macchia d’olio su TikTok nel 2022, insulti e critiche sporcarono d’odio i commenti sotto video innocenti di ragazze ed estremizzazioni e assolutismi propagandati come se fossero testi sacri. Il mondo del web era un mare di caos e tempesta.
Ulteriori fattori da analizzare in questa lunga digressione sono senz’altro l’impatto dell’intelligenza artificiale che in questi ultimi due anni ha fatto passi notevoli e la scoperta di nuovi farmaci per i pazienti affetti da diabete, come la Semaglutide (in questi ultimi mesi si è spesso sentito parlare del farmaco Ozempic), il quale, fra gli effetti collaterali, causa una significativa e immediata perdita di peso. Senza neppure citare le questioni etiche, poiché finirebbero per complicare ulteriormente il discorso, è, a mio giudizio, indispensabile portare alla luce una fallacia che, nel corso di tutta la storia dell’uomo, ci ha accompagnati fino ad oggi: ovvero la convinzione, simile più a una forma di fede e speranze combinate assieme, di poter sostituire con immagini ritoccate o farmaci miracolosi il lento processo di crescita e cambiamento in risposta a un’esigenza o a un’insicurezza nei confronti di un corpo che non ci è mai sembrato abbastanza bello davanti allo specchio.
Nulla sa distrarre l’uomo dalla verità come il presagio di un miracolo imminente. Il movimento body positive si è portato sulle spalle l’arduo compito di aprire una finestra verso se non una rivoluzione, quantomeno verso una rivolta sociale, ma quando ci è stata messa davanti una soluzione facile, capace di cambiare con pochi click o con una puntura i nostri corpi, immediatamente abbiamo avuto l’impulso di abbandonarci a quel miracolo e di gettare a terra le armi con cui abbiamo difeso tanto animatamente il nostro inviolabile diritto di esistere. Le soluzioni facili e indolori hanno sempre saputo incantare chi di noi si è lasciato ammaliare. Non è debolezza, è umanità. Ciò nonostante, credo sia indispensabile prenderne consapevolezza affinché ci si possa salvare, prima che sia troppo tardi.
Ovunque decida di posizionare il cursore sulla linea temporale della nostra storia, l’uomo capisce di aver sempre desiderato raggiungere l’apice della bellezza. Non importavano i mezzi, talvolta neppure la salute; per la bellezza ci saremmo sempre immolati.
Tuttavia, se tutta questa storia ci ha insegnato, è che la bellezza non ha forma, colore o peso; bellezza è unicità. Non è neppure detto che la nostra personale bellezza ci debba piacere per forza e se ciò non costituisce un motivo di malessere, va bene perfino che sia così. D’altronde, se si riesce con facilità ad accettare di non essere intelligenti, simpatici o gentili, perché dovremmo vergognarci di essere brutti? Personalmente credo non vi sia nulla di più affascinante di un corpo libero dalla schiavitù di una bellezza distorta e imposta, che non gli appartiene.


